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Blog di Ottavio Giorgio Ugolotti Autore

Blog di Ottavio Giorgio Ugolotti Autore

Genova, il dialetto, libri, racconti, poesie, il teatro popolare e dialettale, scultura, auto-produzione.Tutti i testi in dialetto saranno presto liberi di essere utilizzati e accessibili come da desiderio di papà Ugolotti che ha lasciato questa preziosa eredità da condividere e vivere. (questo blog è gestito da Simona Ugolotti)


Dissertazioni personali sul mancinismo

Pubblicato da ugolotti ottavio giorgio

Tags: #LEGGI UN LIBRO

 

ottavio giorgio ugolotti

Dissertazioni

personali

sul mancinismo

Serie degli imbustabili

autori autogestiti associati

& personaledit-genova

 

 

 

Oggi è relativamente facile essere mancini, ma allora... usare la “mano del diavolo”... così veniva chiamata la sinistra, era come un gridare:

«Emarginatemi!».

Assolutamente proibito.

Era persino “peccato” farsi il segno della croce con l'appendice “sbagliata”.

E non parliamo poi del “saluto romano” fatto con la sinistra: come minimo, roba da arresti domiciliari, mascherati da convalescenza per il rigonfiamento avvenuto nella mano incriminata, causa le righettate punitive su di essa scatenate.

Tutto, assolutamente tutto, era fatto, e in gran parte permane, per essere usato con la mano destra. L'altra, la negletta, serviva, e si pretende serva ancora, soltanto da supporto: solo adatta alla presa di potenza, così come ne era appena capace il pitecan-tropo, o l'ominide, ma giammai per la presa di precisione, così come venne via via educato ad usarla non appena quel bipede senza piume cominciò a camminare con due sole zampe, cioé in posizione eretta e ad usare le altre due come mani... limitate allora alla sola prensibilità.

Eppure alcuni istinti che portano alla sopravvivenza si affidano al mancinismo. Ad esempio, mi è stato detto, ed è pure stato scientificamente provato, che un mancino, sperduto nel deserto, sa orientarsi perfettamente perché, ammesso indovini la direzione giusta, procede per una traiettoria in linea retta, mentre il “destrodotato” compie un percorso circolare e dopo qualche chilometro si ritrova al punto di partenza.

Oggi il mancinismo, nello scrivere, è abbastanza tollerato, ma non è una concessione della predominante “razza destroide”, nasce dal progresso tecnologico. Il bambino, che allora andava a scuola e cominciava a scrivere con la penna intinta nell'in-chiostro, se era destro poteva posare il resto della mano,escluse le due o tre dita che guidavano la penna, sulla parte del foglio ancora non scritta e quindi guidar meglio la propria scrittura, mentre il mancino non poteva usufruire di un simile vantaggio: doveva tener la mano sollevata dal foglio, se no sarebbe passato, appoggiandosi, sull'in-chiostro fresco con tutte le conseguenze che si possono imma-ginare.Quindi la scrittura, per il mancino, diventava a dir poco “acrobatica”.

Oggi, usa la biro, quindi il rischio di allora non lo correpiù, o perlomeno è di gran lunga inferiore. Ma già al livello delle elementari il mancino, se non punito solo perché tale, incomincia ad avere un vantaggio-svantaggio nei confronti dei “regolari”: impara ad arrangiarsi, ad adeguarsi alla strumentazione di cui dispone per poter ottenere gli stessi risultati dei “facilitati” dalle norme vigenti. E ciò lo porta con maggiori possibilità di riu-scita a ciò che viene chiamato ambidestrismo, mentr'io –man-cino nato e persistente– preferisco definirlo equiparazione delle due mani, non essendo così fazioso da chiamarlo ambimancinismo, ed anche perché un tale vocabolo non lo si trova nei dizionari... quindi, come si vede, il mancino è persino costretto ad arrangiarsi, inventando una qualche parola, per autodefinirsi.

Certo è, disegnatemelo come meglio vi aggrada, che l'ambi-manuale, ha il pregio di essere umanamente più completo, ha due mani e le usa tutte e due, ma non indifferentemente in tutti i casi: ha una mano più portata, o allenata, ad un tipo di lavoro e l'altra magari più adatta ad un'altra mansione. C'è chi, ad esempio, usa la destra per scri-vere e la sinistra per disegnare, o viceversa. C'è il pittore che usa il pennello con la mano più in luce, evitando ombre sulcolore, e c'è quello che evidenzia la luce proveniente da sinistra anziché dall'altra parte o dal centro del quadro. Ma, e qui mi darete del presuntuoso, non tutti gli ambimanualiriescono con faci-lità nei loro intenti... un certo Leonardo ad esempio... la storia della sua scrittura è diventata proverbiale, mentre le sue inven-zioni poco o nulla hanno di “mancino” nel senso di essere più facilmente usate da un sini-stroide.

E costì mi fermo un attimo per-ché, proprio scrivendo queste righe –non più con penna intinta nell'inchiostro, ma battendo su di una tastiera– mi accorgo che pure il computer –o chi ne ha programmato il tipo di scrittura– ha una “mentalità destra”, infatti segnala in rosso (errore) la parola destroide, mentre niente segnala sotto il vocabolo sinistroide... È un po' come dire che non esiste una “patologia destra”, ma sol-tanto una sinistra, ovvero “manci-na”.

E allora mi fermo ancora un volta, perché vorrei andare a vedere l'etimologia di questa “brutta” parola... Non sono un etimologo, quindi ho cercato e cercato, ma senza ottenere un qualche cenno al proposito e allora, visto che sono un mancino, e quindi son di parte, me ne costruisco una. Faccioderivaremancino da “mancia”, cioè da quel qualcosa in più che si dà a chi ci ha servito in modo soddisfacente; da “quel qualcosa in più” che i mancini devono avere per poter vivere ed agire nel mondo destrificatoad oltranza.

Non essendo del tutto convinto di questa mia etimologia fatta in casa, ho continuato a cercare e nel Avvio all'etimologia del Devoto, ho trovato una definizione che proprio non mi soddisfa: mancino = sinistro, da difetto emiciclico. Spero sia un refuso o un salto di riga come spesso può capitare, ma il testo che ho davanti dice proprio così. L'ho riletto più volte.

E allora, tralasciando in questa sede il modo in cui si definisce uno sguardo sinistro che diviene sinonimo di sguardo bieco, imi permetto di affermare che il mancinismo non è un difetto come quello del piede sinistro del cavallo, che induce destri e mancini a salirgli in groppa esclusivamente da quel lato, ma è un pregio, poiché obbliga ad affrontare la realtà guardando le cose da ambo i lati, perché ne esistono almeno due in tutti i casi.

Tutto è sempre stato fatto per creare un mondo “giusto” soltanto se destroide: persino la vecchia catena dello sciacquone è sempre stata posta in modo da essere manovrata con più facilità daundestro; di contro, e qui non mi si dia del blasfemo, persino Cristo ha scelto di portare con sé nel Regno dei Cieli il ladrone che gli stava a sinistra... e a questo punto m''è d'obbligo precisare che ogni riferimento a schieramenti politici attuali, è, forse, pura-mente occasionale... o una mossa “maldestra” per sottolineare le mie idee fortemente pendenti a sinistra... quindi: mancino in tutto.

Lasciando perdere quanto sopraddetto, le mie disavventure mancine furono parecchie e una delle prime fu addirittura casalinga.

Mio nonno, rimescolando la polenta, poiché in quel momento doveva badare al sugo, mi chiese di proseguire la sua operazione. Contento di partecipare al suo lavoro, presi il bastone in mano e subito mi trovai in difficoltà perché il nonno, destroide, aveva rimescolato l'impasto, non ancora del tutto amalgamato, nel senso contrario al mio ed egli, che se ne avvide subito, mi licenziò dichia-randomi ancora incapace ad una così banale operazione di cucina. Poi, psicologo istintivo com'era, se ne pentì e mi spiegò che avrei dovuto usare l'altra mano, oppure adeguarmi al senso rotatorio che lui aveva imposto: «...perché la polenta, va fatta così...».

Col senno del poi, non so dire se fosse nel vero, poiché le poche volte che da adulto mi feci la polenta (pochissime perché tempo di guerra non avevo mangiato quasi altro) la girai come meglio mi veniva e la cottura avvenne come quella ottenuta da lui, a quei tempi... magari il sugo non era neppure paragonabile al suo, ma lì si trattava di ingredienti non scelti con la sua oculatezza ed esperienza...

Delle disavventure scolastiche ne ho già parlato in altra sede e ne ho pure accennato all'inizio di queste dissertazioni sul manci-nismo, quindi facciamo finta di niente e le consideriamo come normali inghippi, ma già al mio primo lavoro manuale (la classica sveglia rotta da smontare e rimontare) mi trovai alle prese con le viti che non ne volevano sapere di “girare” nel senso giusto... per me... infatti, per tentare di svitare, ruotavo il cacciavite in senso orario e non viceversa... per farla breve, mentre mio nonno mi lasciava fare, a “riparazione” ultimata si ebbe in casa una sveglia le cui lancette ruotavano nel senso contrario.

Commento di mio nonno: «Hai fatto un capolavoro da museo!

Un monumento all'impossibile! Far andare il tempo all'indietro... Se oltre alle ore, marcasse anche le date, ti troveresti ancora da nascere...»

E ne parlò, e la fece anche vedere, con chiunque gli capitava a tiro senza pensare, però, se io interpretavo quel suo giudizio come una presa in giro nei miei confronti oppure come una esaltazione della mia “creatività” mancina... Se non fossero inter-venuti gli Americani coi loro bombardamenti a tappeto che polverizzarono la casa in cui si abitava, forse quella sveglia sarebbe davvero finita in qualche museo a testimonianza che anche un bambino di sei anni, purché mancino, poteva tener testa alle genialità leonardesche.

Di contro, al mare, il mio mancinismo si dimostrò disa-stroso: infatti, il nonno mi aveva costruito un piccolo natante con l'elica motrice azionata dalla torsione di un elastico, ovviamente io lo attorcigliai nel senso contrario al dovuto e, portandolo sin là dove “toccavo”, perché ancora non sapevo nuotare con sicurezza, lo misi in acqua: quello, il natante, anziché filar di prua, andò di poppa e, come un proiettile, finì tra le gambe di una signora che se ne stava sdraiata sul bagnasciuga...

Dopo le ovvie conseguenze, il giorno dopo non mi recai più su quella spiaggia libera, ne scelsi un'altra a quasi un chilometro di distanza. Per la cronaca: dalla spiaggia libera di Sturla a quella dei Liggia...

Un proverbio dice “chi la fa l'aspetti” ed ebbi la conferma casalinga della veridicità del detto. Costruito un aereo con lo stesso tipo di motore a torsione elastica, andai sul balcone per liberarlo, supponendo finisse sul sottostante gioco da bocce e che lo avrei facilmente recuperato: era di cartone e non poteva far del male a nessuno come era capi-tato a quella signora, anche se fosse finito in testa a qualcuno, invece, appena liberato, poiché caricato alla rovescia, anziché spiccare il volo verso l'esterno, si proiettò contro il mio viso ed ancor oggi ne porto la cicatrice... E di aerei del tipo ne costruii diversi, ma quasi tutti mi vennero distrutti poiché “atterra-vano” tra le bocce e il pallino proprio nei momenti cruciali... ormai ero diventato un “esperto dispettoso” nei confronti di tutti quegli adulti che si impadronivano dei “nostri” –parlo di noi bambini– giochi da bocce che noi si usava per cimentarsi “alle partite di lippa” (antenata del base-ball).

Vietatami la costruzione di altri aerei, passai a mezzi semoventi un po' meno pericolosi per gli altri, e per me, come il monopattino, che non richiedeva alcun mezzo motore, se non quello del piede, ovviamente sinistro. Ma i vicini del piano di sotto presero a non sopportare la poca silen-ziosità di quelle ruote, più esagonali che rotonde... quindi anche il monopattino fini nel ronfò a far fuoco sotto la pentola della polenta. E la punizione fu tremenda, poiché le autorità casalinghe lo fecero distruggere proprio a me che lo avevo con tanta passione costruito. E fu grazie a quella distruzione che mi trovai ancora “mancino” ad oltranza. Infatti, il saracco che il nonno mi aveva dato in dotazione per segarlo in tanti pezzi, aveva una impugnatura tutta destra, cioè coi solchi delle dita là dove invece io posavo il palmo della mano. E anche qui, mi trovai a disagio, ma dovetti arrangiarmi, però cominciai a pensare che non ero io un “diverso” dagli altri, ma che erano questi ultimi “diversi” da me. E che non erano loro i “meglio”, ma ero io “migliore”. Già presuntuoso a tal punto? No, perché mi raffrontavo con poca gente, quella di casa, e poi avevo anche notato che il migliore “bocciatore” tra gli adulti che sotto i balconi di casa mia giocavano alla “tappadda” era un mancino. Non so come si chiami in altre lingue la tappadda, ma il gioco consisteva nel mettere due bocce in verticale a dieci/quindici centimetri di distanza l'una dall'altra e bocciare, cioè colpire, la seconda senza toccare la prima. Vinceva sempre lui “bocciando pianta al posto”.

Cominciai a pensare che fossi io diverso dagli altri, quando entrai a scuola e che non fossi io certo migliore dei miei compagni, visti i disastrosi e disastranti risultati che ne ottenevo.

Ma torniamo sul discorso delle impugnature destre, e facciamo anche un salto nel tempo, arrivando ad oggi. Prendiamo un normale trapano elettrico: ha nel manico un pulsante d'avvio e, sulla sinistra dello stesso manico, un nottolino che fissa l'anda-mento del trapano; quindi se lo stesso trapano viene usato con la mano sinistra, diventa, se non proprio impossibile, almeno problematico l'arresto della rotazione imposta, perché il nottolino resta sempre premuto e mantiene l'attrezzo in moto anche quando lo si vorrebbe o lo si dovrebbe arrestare. Nessuno ha mai pen-sato di collocare il nottolino da qualche altra parte, perché è sempre il destro “abilitato” a pensare, a inventare, a dominare alla faccia di tutti i mancini.

Una mia esperienza al proposito. In cima ad una scala di circa dieci metri, operavo con un trapano della suddetta maniera. Pur aven-do la testa protetta da regolare elmetto anti urto, la rotazione del trapano m'impigliò una parte di chioma. Se non fossi stato cinghiato alla scala e quindi non avessi avuto l'altra mano libera per strappare il filo che portava corrente al trapano, oggi potrei scrivere un'autobiografica Storia di uno scotennato.

Particolare curioso: stavo lavorando in quella situazione per installare l'insegna luminosa di un parrucchiere... al quale chiesi subito dopo di non proprio tosarmi a zero, ma perlomeno di sacrificare gran parte di quella che ra stata una fluente chioma.

Se la mia fanciullezza sinistroide mi diede qualche grattacapo, devo onestamente dire che la mia adolescenza mancina mi procurò invece, alcune soddisfazioni. A Quindici anni, mozzo di mac-china, a bordo di una carretta del mare che aveva sempre bisogno di riparazioni volanti, quante volte mi sono sentito dire:

«Svitalo tu quel bullone là sotto... sei mancino e la tua mano ci gioca meglio della mia...»!

A bordo, gli spazi ristretti, spesso, nelle riparazioni di qualche aggeggio, impediscono movimenti di mano adeguati alla posizione in cui questo è stato collocato e allora lo spiritoso di turno, quando s'avvede dell'estrema urgenza della riparazione volante lo senti gridare:

«O mi trovate subito un mancino oppure calate immediatamente le scialuppe!»

Efu così che divenni “Il mancino“ ufficiale di bordo... addirittura “indispensabile” la mia mano... ma per non farmi montar la testa più di tanto, persino il cuoco di bordo trovò, non saprei con quanta pertinenza, il modo di bonariamente farmi abbassar la cresta, porgendomi le due uova al tegamino della mia prima cola-zione:

«Non so se queste uova sono uscite da un culo sinistro, ma sicuramente sono di gallina... i gabbiani non fanno uova sulle carrette come queste... Vai là che te le sei guadagnate...», ma con l'ultima frase fece nascere in me l'orgoglio di essere mancino: non ero più il semplice garzone porgi-attrezzi, ma la mano complementare di chi ne aveva soltanto una capace di realizzare il proprio compito: ero la “mano di scorta”, ero...

«... e adesso non mi dire che sei la mano di Dio! Cala, trinchetto, che di mancini al mondo ne esistono tanti...»

«Ma qui, a bordo, ci sono solo io!»

Tornando ancora una volta al senno del poi, un orgoglio alquanto stupido, poiché, caso strano, le occasioni in cui capi-tava la “riparazione in posizione difficile” –ma soprattutto scomoda– diventavano tutte “operazioni mancine”, anche quando le ango-lazioni dello spazio mi permettevano soltanto l'uso della mano destra... e le due uova al tegamino della prima colazione me le facevano giornalmente guadagna-re prima ancora di prendere il caffè... alla turca... che odiavo... era un mangia e sputa, ma il convento non passava altro...

 

E la storia potrebbe continuare all'infinito elencando episodi su episodi, ma, per rimanere entro le paginette standard di ogni imbustabile degno del suo nome, mi limito a raccontare dell'ultimo che è di ieri sera.

Ospite a cena di una signora con la quale ho abbastanza confi-denza, lei mi porse una bottiglia di pregiatissimo bianco secco vermentino doc, ed un modernis-simo cavatappi, in modo che mi servissi da solo: era destro in tutto, persino, nell'avvitamento all'interno del turacciolo... Per farla breve, mi trovai costretto a rimediare il tutto con la forza bruta come si faceva un tempo –ovviamente con la sinistra– anche perché era un vinello paradisiaco, però... un cavaturaccioli del genere, privo del tradizionale libretto per le istruzioni, magari scritto anche in lingua italiana, io non lo avrei nemmeno messo in commercio...

Non è umano offrire una bottiglia di squisitissimo vermentino non sturabile con un cavatappi di quel genere: è una sorta di enologico supplizio di Tantalo...

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