"Il muretto". Un racconto di Ugolotti, ambientato tra i ragazzi di S.Martino nel dopo guerra
Le Serse, in Salita Noce nel quartiere di s.martino (ge), Un luogo cancellato durante i bombardaneneti della seconda guerra mondiale, il disegno è stato fatto cercando nella memoria di Ugolotti.
IL MURETTO
ottavio giorgio ugolotti
Racconti e ricordi
autori autogestiti associati
& personaledit-genova
per forma mentis associativa
composto impaginato ed assemblato
dallo stesso autore
Le Serse, in salita Noce nel quartiere di S.Martino (GE).
Bombardata nel 1941 disegno di O.G.Ugolotti
Il muretto
“Il muretto” era la nostra sede fissa. Ma non
sbagliamoci: qui non si tratta del celebre
“muretto” di Alassio, anche se quello di cui
parliamo era pur esso in Liguria, ma di un
semplice parapetto che divideva il tratto iniziale
di via San Martino dalla sottostante strada
sassosa, senza nome, che poi sarebbe diventata
l’inizio dell’allora chiamata “Pedemontana” ed
oggi assunta al rango di Corso Europa, ovvero
una delle più trafficate, e intasate, e
irrespirabili vie carrabili genovesi.
Su quel muretto che oggi non c'è più, noi
ragazzotti di allora, tutti nati negli anni ’30, vi
abbiamo consumato parecchi fondi di calzoni.
Colà seduti, dopo cena, si discuteva: eravamo
un gruppo, quasi tutti abitanti dello stesso
caseggiato, formato da una quindicina di
maschi, la cui età oscillava tra i tredici e i sedici
anni. Nel palazzo abitavano anche cinque
ragazzine della più o meno stessa età, ma quelle
dopo cena quasi mai avevano il permesso di
uscir di casa. Uscivano prima, cioè quando
scendevano, inviate dai genitori, a fornirsi
d’acqua fresca dalla “vaschetta”, cioè alla
fontanella comunale incastrata proprio nel
muretto medesimo. Quasi un rito estivo di
tempi in cui il frigorifero non esisteva proprio,
almeno nelle nostre case.
La famiglia ricca che poteva permetterselo in
quella zona non c’era e non poteva nemmeno
esserci. I più attrezzati usavano “la moschiera”
sul poggiolo: si trattava di una gabbietta con la
griglia molto fitta, antimosche, dove si mette-
vano i cibi più facilmente avariabili, per dare a
questi la possibilità di “godere” del fresco della
sera.
Solo noi maschi si aveva il permesso di uscire
dopo cena, ma la “ritirata” suonava a gran voce
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dalle finestre sulla via alle ventidue in punto e,
se si trasgrediva, la sera dopo te ne dovevi
restare a casa. Ovviamente stiamo parlando di
serate che andavano dalla tarda primavera
all’inizio dell’autunno. E parliamo anche,
ripetiamo, di altri tempi: dell’immediato secondo
dopoguerra.
Si discuteva, ma non di ragazzine; solo
pochissimi di noi ce le facevamo passare per la
testa e, se ciò avveniva, si teneva tutto dentro
–immaturamente– e se ne taceva con le
ragazzine stesse... qualche piccolo sogno alla
“dolce stil novo” e nulla più.
Si discuteva, ma non di pallone come verrebbe
da pensare considerando l’età che si aveva. Non
di pallone, eppure avevamo formato una
squadra regolarmente iscritta alla FGC per il
campionato regionale ragazzi (la San Martino
boys, ovviamente). Non di pallone, ma delle
nostre letture... Sì, parrà quasi strano che dei
ragazzotti, metà dei quali già andava a lavorare,
usassero il muretto a mo’ di “salotto letterario”,
ma era proprio così, anche se il livello delle
letture e dei commenti non era certo di grande
spessore culturale. Si usciva, infatti, dall’era
salgariana dei vari corsari (Rosso, Verde, Nero e
Jolanda figlia di questo ultimo), nonché di
Sandokan, per entrare in quella gialla (i famosi,
ed economici, Gialli Mondadori). I “Gialli
Longanesi” eran gialli di lusso, quindi non alla
nostra portata. E qui, senza accorgercene
perché nessuno ce lo faceva notare, si entrava
in un periodo (torno a ricordare che siamo
nell’immediata caduta del regime dittatoriale) in
cui, anziché divulgare ai bassi livelli una
cultura nuova e più verace di quella precedente,
si tentava di subdolamente rinvigorire quella
antica, creando personaggi che più non
vestivano di nero, che più non erano i vecchi
pirati salgariani che osavano combattere contro
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i potenti, ovvero gli eroi italici come il Conte
Enrico di Ventimiglia –Il Corsaro Rosso– contro
la strapotenza inglese o l’opulenza spagnola. Ma
erano tollerati dal vecchio regime per il teschio
che portavano sulla bandiera, lo stesso “stem-
ma”, guarda caso, degli “arditi” prima e delle
famigerate brigate nere alla fine. Si cercava di
far rinascere il mito dell’eroe che esce dalla
piatta normalità perché superdotato, quindi, se
non in grado di imitarlo, da seguire ed appro-
vare e spalleggiare il suo senso di “giustizia
sociale”.
E la “non cultura” di cui sopra, ripartiva dai
fumetti. Il vecchio Fulmine, il possente eroe
italiano, dalla “mascella granitica”, che imman-
cabilmente sconfiggeva il perfido, antitaliano e
sleale Zamorra –dallo stesso editore di quel
fumetto– viene sostituito con Jim Toro, esaltante
gli stessi valori della presunta “superiorità
italiana”, ma che agisce solo all’estero; nasce
Nembo Kid, l’eroe onnipotente che si traveste da
mediocrissimo essere umano, ma che poi risolve
tutto lui... però agisce soltanto negli Stati
Uniti... perché in Italia non c’è bisogno di
combattere la delinquenza: non ce n’è...
Rinasce il mito del capo o dei fedeli servitori del
capo (in auge in quel periodo tutti i derivati
dagli eroi di Dumas); nasce, o per meglio dire
persevera, il mito dell’uomo che può tutto ciò
che tu non puoi e quindi ti conviene tenertelo
buono...
I “padreterni” in terra vengono moltiplicati e
agiscono in tutti i continenti, dalle avventure
asiatiche di Gengis Kan a quelle del Far West
con Tex Willer, dalla figura di Rasputin portata
a simbolo della rovina zarista, ai romanzi di
Walter Scott col suo Robin Hood e il Re
Riccardo Cuor di Leone ... e il solito Gordon che
combatte gli extra-terrestri, ma le avventure di
quest’ultimo “eroe” se le possono permettere in
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pochi: il fumetto è voluminoso, tutto a colori,
quindi costa caro. Anche questo non rientrava
nelle nostre possibilità quattriniche. L’unica
copia che il più in grana comprava, girava a
prestito tra di noi e qualche volta non tornava
indietro...
Per fortuna, anche se in quell’ambiente edito-
riale l’eroe mitico non mancava (l’astuto
Topolino contro l’irascibile e disonesto Gamba-
dilegno), c’era Walt Disney a raccontarci le
disavventure degli sfigati (Paperino), ma
raccontava e ancora racconta di bestie
parlanti... di favole, quindi, e allora riservate ai
piccoli... anche se i “grandi” o i “grandicelli”
come noi eravamo, non disdegnavano di avere
posato da qualche parte in bagno uno di quei
fumetti da leggersi durante la pausa water... In
tutte quelle letture, però, niente e nessun eroe
da mitizzare che operasse o avesse agito in
Italia... I vari Garibaldi o i Pisacane eran “sol-
tanto” personaggi storici... romanticizzati al
massimo, ma sempre “storici”, quindi vietati ai
fumettari, sebbene i testi storico-scolastici di
allora poco o niente se ne discostavano.
Ma noi non si discuteva di tanto, non potevamo
conoscere qual era il subdolo scopo di siffatta
eroicizzazione, però la letteratura gialla, sempre
ambientata a Londra o da quelle parti lì, a
Parigi e dintorni per non parlare delle metropoli
nord-americane, ci aveva quasi convinto che in
Italia nessuno commetteva omicidi, o perlomeno
nessun investigatore poteva trovarsi nelle stesse
situazioni illustrate dai vari Edgar Wallace,
Ellery Queen, o Agata Christie e chi più ne
ricorda li aggiunga all’elenco.
Si discuteva su questi autori (il Manzoni o
Dante erano “robaccia di scuola”...) e si arrivava
persino a considerarli “eroi del pensiero”... e
quindi a trovarli un po’ troppo intellettuali, sia i
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colpevoli con le loro macchinazioni criminali sia
i soliti detective dal fiuto infallibile.
Nessuno di noi riusciva a immedesimarsi in
quei personaggi.
Pur tutti giurando di non aver letto l’ultima
pagina, già dopo la prima decina sapevamo
come le cose erano andate e come andavano a
finire. Avevamo al proposito inventato un gioco:
uno di noi, esentato dal trovare la soluzione,
leggeva ad alta voce le prime dieci pagine
dell'ultimo libro appena arrivato all'edicola in
cui compravamo i testi di cui sopra, poi
ognuno, oltre a scoprire "l'assassino", doveva
anche dire perché e percome aveva risolto il
caso. L'azzeccava sempre lo stesso, Marco, ma
poi scoprimmo che barava: comprava in una
edicola del centro città, dove la "distribuzione"
avveniva il giorno prima di quella periferica... e
il gioco finì, provocando anche un grande calo
di interesse. Ma tutto per noi cambiò quando in
una fortunata serie apparve Mike Spillaine, qui
scritto come noi lo si pronunciava.
Per chi non l’avesse mai conosciuto,
leggendo di lui o vedendolo interpretato al
cinema (allora la TV era ancora un miraggio), ne
descriviamo alcune caratteristiche: uomo di
piacevole aspetto, visto che si faceva almeno tre
donne al giorno; di una discreta forza fisica, se
con quattro manate ben date si sbarazzava di
almeno tre nemici alla volta; dotato di uno
stomaco eccezionale, tanto da digerirsi una
media di due bottiglie di whisky al giorno e
ciononostante con la mente mai annebbiata,
visto che, con le buone o le cattive, i casi a lui
affidati li risolveva immancabilmente. Per farla
breve, l’autore di quel personaggio e ovviamente
anche della trama, senza l’aiuto del fumetto,
aveva creato una “letteratura d’azione”: ci
faceva vedere i movimenti usando soltanto le
parole. Una “letteratura” nuova per noi. Tanto
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per fare un esempio, quando ci raccontavamo le
trame di qualche giallo statico, ce ne stavamo
seduti sul muretto a parlarne, a discuterne;
quando invece si parlava del nostro Mike, ci si
alzava e si mimavano i suoi movimenti; in altre
parole lo interpretavamo, ovviamente alla John
Wayne, dando agli altri la visione completa delle
sue azioni. In pratica, ci faceva alzare il sedere
dal muretto... e rischiavamo così di finire sotto
qualche tram, che allora rasentavano lo
strettissimo marciapiedi situato tra il muretto e
le rotaie.
Forse questa è una considerazione maturata col
classico senno del poi, ma penso che l'autore di
quel personaggio abbia, non so quanto
involontariamente, indirizzato il nostro gruppo
verso comportamenti del tutto diversi da quelli
che avevamo avuto durante i commenti dei
“gialli statici”. Infatti, durante quel suddetto
periodo, la San Martino boys, arrivando
penultima nel proprio girone, vinse la "coppa
disciplina", sanciti quindi come i più corretti, i
più buoni del nostro campionato; l’anno
successivo, quello del nostro Mike tanto per
intenderci, finimmo primi del girone, ma ultimi
come disciplina: molto più “bravi”, ma molto
meno “buoni”.
Ma la nostra “letteratura minore”, che ancor
oggi viene considerata “di nessuna importanza
sociale” dalla cultura paludata, non “si
lavorava” soltanto i maschietti; le riviste
femminili, Grand Hotel, Sogno, Bolero, Mani di
fata, tanto per citarne alcune, e le varie autrici
di “romanzi rosa”, Liala, la Cattaneo e la
Peverelli in prima fila, agivano non solo sulle
ragazzine della nostra età, ma, indirettamente,
anche su di noi, infatti nessuno di quelli che
alla sera sedeva sul muretto, aveva le
caratteristiche del principe azzurro descritto
dalle suddette autrici, quindi si veniva “scartati”
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dai sogni delle fanciulle e spesso non soltanto
dai sogni...
Se racconto di quel muretto, è ovvio che tra
quei ragazzotti ci stavo anch’io e che di quei
“mali subdoli e sottili” di cui s’è detto, ne fossi,
come la gran parte di tutti gli altri, vittima
ancora inconsapevole o quasi. Sugli altri avevo
però il vantaggio di aver già vissuto esperienze
da semi-adulto ed una infarinatura ideologica
scaturita dal pensiero fascista di mio padre, da
quello bigotto di mia madre e, per mia fortuna,
dalla visione del mondo vista da mio nonno
materno: un vero anarchico socialista, come
potrei oggi definirlo.
A questo punto mi è però doveroso presentare
tutti gli altri. E, dato che abitavamo quasi tutti
nello stesso palazzo, tranne Gino, che faceva il
“bocia” nel campo edile, e Romanin che spesso
pescava sui tram qualche portafogli nelle tasche
altrui, comincerei da quelli dei piani di sopra
che qui non hanno da essere intesi come in
posizione di privilegio; infatti il palazzo non
aveva ascensore ed era di cinque piani...
Andreino, detto Ciccio, che nella squadra
copriva il ruolo di terzino –con quel
quarantacinque di piede sbarrava la strada a
qualsiasi avversario– ma era di una lentezza
esasperante. Faceva il “benzinaro” con turni di
dodici ore. Quindi, sul muretto poteva sedersi
soltanto quando finiva il turno giornaliero, dalle
sei alle diciotto... Sua sorella, la Mimma, non
era certo più sveglia di lui, ma era portata per lo
studio, diceva sua madre; “non ha voglia di
far niente”, diceva suo fratello...
Al piano di sotto: il sottoscritto che frequentava,
molto saltuariamente, le medie e lavorava come
garzone di fornaio tutte le mattine, festivi
compresi; nella squadra ricopriva il ruolo di
portiere. Suo fratello, mandato in seminario
prima che finisse in qualche riformatorio, su
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quel muretto non s’è mai seduto. Di fronte ci
stava anche Franco, del tutto negato per il gioco
del pallone, ma lo usavamo sempre come
“undicesimo” di scorta per non prendere multe
quando si scendeva in campo con qualche
assente della rosa ufficiale. Lo sapeva di servire
solo per quello, ma ci stava. Studiava da
computista commerciale. Di Franco parleremo
ancora. Aveva due fratelli, Gino e Flavio, che
però, essendo già adulti, non frequentavano il
muretto.
Il terzo piano era mezzo femminile: la
Giovannina e la Bastiana, carine entrambe, ma
col nasino all’insù proprio per i motivi della
letteratura rosa... non c’era tra noi, torno a
ribadirlo, il principe azzurro. Nell’altra metà
abitavano tre fratelli, Mario, Beppe e Nanni; i
primi due lavoravano come ebanisti nel
laboratorio del padre e il terzo, subito dopo le
elementari come gli altri due, aveva preso a
lavorare come garzone presso un tappezziere
in stoffa.
Al numero sette abitava una bambinetta di soli
quattro anni a quell’epoca, quindi, non poteva
certo frequentare il muretto, ma ebbe, circa
sedici anni dopo, la terribile sventura di
diventare la madre dei miei figli... non aveva
mai letto Liala...
Al secondo piano della stessa scala: Mirko,
detto Siluro per la sua velocità, giocava all’ala,
ma spesso correva più lui del pallone ed entrava
nell’area avversaria senza più averlo tra i piedi.
Nell’appartamento di fronte al suo, Cleto, detto
Gramigna per la sua innata capacità di attaccar
briga e rovinare l’andazzo della squadra,
giocava centrattacco: quattro goal in tre
campionati... Si diede poi al ciclismo sino a
quando, sbagliando una curva, non si infilò
dentro all’edicola dei giornali allora posta in
fondo al viale dello ospedale. Marco, di cui già
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abbiamo detto, era suo fratello, due distruttori
nati, quindi.
Enea e Pasquale, i più eruditi del gruppo
–uno già in prima Liceo e l’altro in seconda
periti elettrotecnici– insieme a Carletto, il più
piccolo della compagnia, abitavano nell’altra
scala e non ricordo bene a quali numeri, solo
quello di Pasquale. In cima del tutto: al 12 A,
perché allora nessuno osava porre sulla porta di
un appartamento il numero 13.
Al pian terreno, oltre a Nildo, che già lavorava
come pavimentatore in legno; Vittorino il
Giudizioso, anch’egli già alle superiori,
sembrava essere il più saggio di tutti. E teniamo
presente questa sua presunta saggezza. Tornerà
a galla tra qualche pagina.
Nella squadra giocava da regista e spesso
indovinava dove piazzare il pallone. Aveva due
sorelle, non con il nasino all’insù, e si sarebbero
accontentate di ciò che offriva la piazza, ma
nell’ora dell’acqua fresca avrebbero avuto ben
poco da scegliere... il meglio arrivava sempre
dopo il loro rientro... e il migliore non ero certo
io...
Bobò, in realtà si chiamava Giorgio, abitava
nello stesso palazzo di Gino a due isolati dal
nostro, ma era molto diverso dal suo vicino di
casa. Mentre il primo, Gino, giocava di potenza,
e ne aveva tanta, Bobò, che studiava da
geometra, il pallone lo ricamava e, ovviamente,
se lo faceva portar via da chi non si lasciava
incantare dai suoi fronzoli.
Ed ora che ci siamo quasi tutti presentati,
tranquillizziamo subito l’eventuale lettore. Se dà
un’occhiata alle pagine restanti, si accorgerà
che manca lo spazio per la storia, anche se
breve, di ognuno; non ha da esserci, perché
questa è soltanto la storia di un muretto che
non c’è più. E che, purtroppo, siamo restati in
pochissimi a ricordarlo. Non c’è più Romanin, il
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primo a disertarlo per una letale infezione
intestinale; non c’è più Bobò, stroncato a
trent’anni da un infarto. Manca all’appello
Mario; suo fratello Beppe, l’ultima volta che l’ho
visto è stato quando si è sposato e che poi si è
trasferito con la sposa in quel di Milano. Non
ho il coraggio di passare a vedere, nel diventato
suo laboratorio di tappezziere, se Nanni c’è
ancora. Di Enea, so che si è buscato l’ergastolo
per aver soppresso la moglie, senza nessuna
manovra giallistica e reo confesso. Mirko ha
finito di correre: una frana in montagna lo ha
travolto e sepolto vivo. Son certo soltanto che
Carletto possa ricordare, ma ho seri dubbi
riescano a fare altrettanto Gramigna, oggi in un
ricovero per alienati mentali, suo fratello Marco
che tuffandosi da uno scoglio non è più
riemerso; e Ciccio: l’ultima volta che lo vidi,
quasi vent’anni or sono, era alquanto mal
preso.
Pasquale, diventato direttore di centrale
elettrica in una cittadina dell’entroterra ligure,
prima di andare in pensione venne promosso e
inviato a dirigerne una di Roma. Durante il
viaggio, in auto, ebbe un incidente che lo privò
per sempre del diritto alla pensione. Essendo
rimasto scapolo, nessuno ne poté usufruire.
Nildo si è trasferito in Toscana in una casa di
campagna: lo vidi, casualmente, proprio nei
pressi del muretto che già più non c’era e mi
disse di essere tornato a Genova soltanto per il
funerale di Mario: quasi un rimprovero a me
rivolto perché non c’ero.
Scusa Mario, ma non lo sapevo.
Io fui il primo ad avere la patente, ma l’ultimo a
possedere la macchina. L’ultimo sposarmi, ma
il primo a divorziare.
Né posso chiedere a Vittorino, Il Giudizioso, il
più saggio della compagnia, se si ricorda del
“nostro” muretto.
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Qualche pagina addietro ho pregato il lettore di
tener presente la sua “saggezza”.
Era diventato pilota di caccia. Per salutare
amici e parenti, passò a volo radente su corso
Europa, frantumando, col boato del suo mezzo
supersonico, vetrate e lampade dell’illumi-
nazione stradale. Scontata la sua pena con tre
anni di carcere militare, riuscì ad ottenere un
posto nell’aviazione civile come secondo pilota.
Con quali referenze non so dirlo... Un fulmine
colpì l’aereo e insieme a passeggeri ed
equipaggio precipitò in una valle appenninica.
L’ultima volta che ho visto Franco, diventato
vigile urbano, fu in occasione di un divieto di
sosta da me non rispettato. Si era detto
“spiacente”, ma ormai la multa l’aveva scritta e
verbalizzata: dovetti pagarla. Oltre a tutto ero
moralmente in debito con lui: gli devo ancor
oggi un suo salvataggio dal ridicolo. Mio padre, i
cui metodi educativi erano già allora alquanto
discutibili, per punizione mi aveva chiuso nudo
e in pieno giorno sul poggiolo. E qui m’è quasi
d’obbligo parlar di me. Per distinguermi da
Giorgio Bobò, mi avevano aggettivato Giorgio o
testa venâ, (testa con qualche crepa...),
nomignolo soprattutto dovuto non ai miei già
molti interventi subiti alla mastoide, ma alla
spericolatezza con cui svolgevo il mio ruolo di
portiere. Ma veniamo al fatto. Allora, proprio al
vertice del burrone sovrastante il biscottificio
SAIWA, ci stava un alberello dai rami alquanto
protesi oltre il burrone medesimo. A turni, si
dava prova della propria temerarietà –la
chiamavamo così, ma era pazzia vera e propria–
appendendosi alle parti dei rami più sporgenti.
L’influenza dei film sull’iniziazione dei giovani
nelle primitive tribù dell’Amazzonia, o da quelle
parti lì, si faceva sentire... o forse solo ricordi
genetici e ancestrali di quella che noi
chiamiamo “nostra civiltà”. Quale sia la vera
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ragione del suddetto “rito socializzante”, cioè
“l’entrata in società” in siffatta maniera –molto
diversa dal ballo delle diciottenni...–, non so
proprio individuarla in modo assoluto, ma per
quanto riguarda l’individuo singolo, in questo
caso il sottoscritto, la mia spericolatezza
–spesso ostentata– derivava soltanto dal criterio
del “me la sono sempre cavata, quindi...”. Di
una cosa, però, ho la certezza assoluta: che il
ramo a cui stavo appeso si spezzò.
Venticinque metri sotto: una montagna di
ghiaia, una impastatrice in movimento ed un
manovale che vi buttava dentro le componenti
necessarie per un giusto impasto. Stavano
costruendo il secondo piano dello stabilimento.
Nei forse nemmeno cinque secondi del mio
velocissimo “viaggio” verso la montagna di
ghiaia, rividi in viso tutti i parenti che
conoscevo o avevo conosciuto, viventi o
trapassati, vicini o lontani. Forse pilotato dalla
mano invisibile di qualcuno di loro già
sistemato lassù o laggiù, finii proprio sul vertice
della montagna di ghiaia e da questo, coi talloni
e il sedere, “feci slitta” –avevo le braghe
corte...– sin sulla pala del manovale, che
svenne: un po’ per il contraccolpo dell’attrezzo
subito e il resto per lo spavento procuratogli da
quell’inaspettato arrivo di un proiettile umano
caduto dal cielo.
Tutto sanguinante, dalle natiche alle caviglie,
visto quel povero diavolo steso a terra, mi alzai
e, correndo come un cane inseguito da una
gatta inferocita, andai ad eclissarmi tra i tanti
ragazzi che, “ai giardinetti”, stavano giochic-
chiando al pallone. Ero fuggito perché, non
certo a torto, mi sentivo colpevole del trauma e
dello choc subito da quel manovale. Il quale,
appena rinvenuto e ancora quasi incredulo,
mostrò il ramo spezzato ai presenti intervenuti
in suo soccorso, e ce la mise tutta per
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convincerli di non essere ubriaco e tanto meno
un visionario.
Frattanto i miei compagni di muretto, e di follie,
presenti al momento in cui quel ramo si spezzò,
senza neppure sporgersi per vedere che fine
avevo fatto, corsero giù per la via gridando:
«Giorgio è caduto dal burrone della SAIWA!»
Mio padre, forse preoccupato per l’incombenza
di dover raccogliere i miei eventuali resti, si
precipitò sul luogo e il manovale, ancora sotto
choc, lo rassicurò in parte, dicendogli che
l’ultima volta che mi aveva intravisto ero ancora
vivo e velocissimo.
Dopo una breve ricerca e trovatomi tutto
sanguinolento dal sedere in giù, mi prelevò di
peso, portò in casa e, messo in piedi sul lavello
di cucina, con la spazzola dei panni sporchi,
strigliandomi a dovere, mi portò a vivo tutte le
escoriazioni, le “disinfettò” con della varechina
appena diluita con l’acqua del rubinetto e poi,
nudo come un pollo spiumato, mi chiuse fuori
sul poggiolo, dicendomi:
«Così la gente che passa, vede quanto sei
cretino, imbecille, insensato...» Il resto degli
epiteti non posso ricordarlo tutto.
E la gente passava, rideva, qualcuno persino
applaudì. Non so se alle mie nudità o al
comportamento di mio padre. Solo Franco, che
come già sappiamo abitava sullo stesso mio
piano, mi salvò da quella gogna. Rischiando
beghe familiari –suo padre era solidale col mio–,
mi passò un suo paio di calzoncini, usando la
taglia del bucato che stava stesa tra i nostri due
poggioli.
«E le mutande?»
Rientrando in casa precipitosamente, mi mandò
là dove ancor oggi non mi va di andare. E
nemmeno me la sono sentita di mandarci
lui per avermi appioppato quella multa: un
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modesto, tacito e tardivo ringraziamento per
quel paio di braghe corte...
Su quel muretto s’era spesso seduto anche
Benito, fratello di Vittorio e la cui sorella si
chiamava Edda. Nomi che rivelavano di quali
idee politiche fossero stati i loro genitori, ma
noi, pur usando il vocabolo “fascista” a mo’ di
insulto, senza alcun pregiudizio, li considera-
vamo tali e quali a noi... anche se abitavano
qualche isolato più in su. Uno dei maschi,
Vittorio, giocava nella squadra e la ragazza s’era
presa l’incarico di lavare, ovviamente a mano,
tutto il corredo calcistico di cui disponevamo:
unico e senza alcun ricambio. Ma lo avevamo
reso efficiente perché le magliette erano bianche
e ad eventualmente applicarci un numero nero
sulla schiena, con un po’ di nastro isolante, era
piuttosto semplice. Ma non era semplice per me
che portavo una maglia nera con nel retro un
numero bianco: dovevo lavarmela da solo,
perché mia madre mi aveva rifiutato, per una
tale incombenza, ogni collaborazione.
Ma il problema maggiore era quello delle scarpe:
stavamo alquanto male, pur se Benito, gracilino
e di salute malferma, lavorando come garzone
presso un calzolaio, le curava per il massimo
possibile. Era già tanto se si riusciva a giocare
calzandone un paio adeguato, cercando di
pescarle dello stesso numero. Da quella vera e
propria lotteria, io venivo automaticamente
sempre escluso, poiché non ritenevano i miei
piedi indispensabili al ruolo che coprivo. E così
non furono poche le volte che mi trovai con una
scarpa di numero inferiore ed un’altra da legare
bene stretta alla caviglia per non farmela volare
via...
A proposito di Benito, debbo, purtroppo per me,
ricordarlo sorridente e grato di essere andato a
fargli visita quando, colpito da una meningite
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settica: mi vide dall’oblò della camera in cui
l’avevano isolato.
Fu il suo ultimo sorriso.
Sorrideva sempre, anche quando ci lamenta-
vamo del suo operato sulle nostre scarpe che, a
ben vedere, eran più sue che nostre. Ce le
riconsegnava persino lucidate e ingrassate per
renderle un tantinello più morbide e calzabili di
quelle che gli lasciavamo tra le mani: pratica-
mente degli zoccoloni infangati. Veniva poche
volte sul muretto, lui leggeva soltanto cose
serie; la prima volta che sentii il nome di
Moravia era provenuto dalla sua bocca.
Veniva spesso, però, nel bar-latteria dove, nelle
serate in cui clima ci consigliava di andare al
coperto, ci sfidavamo a calcio-balilla. E le sfide
duravano sino alla chiusura del locale...
senz’altro troppo piccolo per contenerci tutti
quanti, ma, in compenso, non aveva bisogno di
essere riscaldato: provvedeva a tanto la nostra
presenza che provocava il classico “effetto
stalla”.
Il gestore del locale non avrebbe mai potuto
arricchirsi basandosi sulle nostre consu-
mazioni: al massimo un caffè e non sempre lo si
pagava in contanti:
«Mettimelo in conto, per favore...»
E lui scriveva senza dir niente, anzi, quando
Vittorio volle saldare il conto lasciato in sospeso
da suo fratello Benito, si sentì rispondere:
«Aveva già saldato tutto il giorno prima di
entrare in ospedale.»
E che non fosse vero, lo sapevamo tutti, anzi, la
corona per il funerale, a nome della squadra,
l’aveva pagata lui quasi per intero, perché coi
pochi spiccioli ricavati dalla nostra appena
simbolica colletta, non avrebbe potuto comprare
neppure quattro margherite.
E qui ci sarebbe da spiegare il perché ed il
percome era così di manica larga con tutti noi,
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insieme al perché ed il percome lo chiamavamo,
ed aveva accettato il soprannome, “Cimbalin”.
La sera del primo giorno che aveva preso in
gestione quel locale, una modesta latteria
attrezzata all’antica, aveva posto sopra quella
preistorica macchina del caffè –una di quelle
tubolari ad alta pressione, strette e lunghe
quasi due metri– un cesto di fichi secchi, non
pensando di così turare le valvole di sicurezza
di quel contenitore di vapore acqueo dagli sfoghi
messi fuori uso.
Per essere subito efficiente con la macchina per
il caffè al mattino successivo, pur abbassando il
gas, lasciò la macchina accesa e chiuse il locale.
Alle tre di notte, l’esplosione fu tale che gli
scardinò persino la saracinesca. Il soffitto
letteralmente tappezzato di fichi secchi, tazzine
e bicchieri non ne parliamo... e non siamo
neppure in grado di descrivere la disperazione
di quel ragazzo non ancora trentenne, che
aveva, in quell’attività, investito tutti i suoi
risparmi e quelli della famiglia. È vero che lo
conoscevamo appena, ma è altrettanto vero che
tutti noi si proveniva da famiglie che si
arrabattavano per sbarcare il lunario. Il primo a
muoversi fu Bobò, il quale, avendo il padre che
lavorava come barista in un locale di lusso
appena rimesso a nuovo, procurò al giovane,
accompagnandolo con la classica frase del “mi
pagherai da bere...” una “Cimbali” usata, ma
ancora in buono stato. E dal nome della marca,
il “Cimbalin”, che gli rimase incollato per tutta
la vita.
Ci fu quasi naturale seguire l’esempio di Bobò
improvvisandoci muratori, imbianchini, mecca-
nici, elettricisti; ci fu anche chi, svuotando una
credenza strapiena di bicchieri, gli procurò
persino il servizio della nonna... e chi, nelle
notti in cui la saracinesca ancora non era stata
riparata, fece il guardiano.
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Ecco anche il perché tutti noi, anziché chiedere
un caffè si entrava dicendo: «Un cimbalino,
grazie...»
A farla breve, divenne addirittura “lo sponsor”
della squadra e un paio di scarpe decenti,
anche se entrambe destre dello stesso numero
–mai seppi chi ebbe le due sinistre– lo rimediai
anch’io, ma già si faceva il Campionato
Juniores.
L’ultimo a sedersi sui resti del muretto, anzi
l’ultima e son sicuro di non sbagliarmi, fu chi
su quella parte mai aveva posato il sedere: la
mia primogenita, la quale aveva allora due anni.
Camminando, per fortuna senza mai cadere,
incespicò due volte a causa dei lacci delle
scarpe troppo lunghi. Per rimediare all’incon-
veniente, la presi in braccio e la posai un attimo
sull’ultimo pezzo di muretto ancora esistente,
così facendo, mi agevolavo l’operazione “anti-
inciampo”.
Preso da quanto avevo in animo di fare, non mi
accorsi di quell’uomo con in mano un piccone
che mi stava dietro le spalle.
Mi apostrofò: «Devo aspettare ancora per tan-
to?»
Solo allora mi accorsi che mi trovavo non più
sul marciapiedi di una volta, ma dentro ad un
cantiere: al posto del muretto stavano
installando una ringhiera metallica.
«Mi scusi, non ci pensavo... Ho finito...» E
riposta la bambina sul poco selciato ancora
praticabile, mi avviai con lei verso quell’antico
bar-latteria sperando che ancor ci fosse.
Fu senz’altro una mia impressione, ma, al
primo colpo di piccone su quel residuo di
muretto, mi parve di sentire una voce:
«Ahi! Mi hai fatto male...»
Ristetti un attimo immobile, mentre la bambina
mi stava tirando.
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«Eh no!» mi dissi «Quel pezzo di muretto non è
di legno...io non sono mastro Geppetto e della
favola di Pinocchio non ne avevamo mai discus-
so...»
Nemmeno mi voltai a guardare e mi lasciai
tirare dalla bambina verso dove volevamo
entrambi andare.
«Un gelato al cioccolato per la bambina e un
cimbalino corretto per me...»
«...un cim...cim che cosa?»
«Un caffè volevo dire...» e gli indicai la macchina
che era ancora la vecchia “Cimbali”... La
riconobbi per quella ammaccatura dovuta alla
mazzetta di Gino, che gli era sfuggita dal
manico...
Beh... non tutto è andato perduto; qualcosa di
antico è rimasto, oltre alla vecchia Cimbali:
questa accozzaglia di ricordi, l’un l’altro
concatenati e legati a mazzo, per fare un po'
d'ordine nel magazzino della memoria...
* * *
