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Blog di Ottavio Giorgio Ugolotti Autore

Blog di Ottavio Giorgio Ugolotti Autore

Genova, il dialetto, libri, racconti, poesie, il teatro popolare e dialettale, scultura, auto-produzione.Tutti i testi in dialetto saranno presto liberi di essere utilizzati e accessibili come da desiderio di papà Ugolotti che ha lasciato questa preziosa eredità da condividere e vivere. (questo blog è gestito da Simona Ugolotti)


LA DINASTIA DELLA SOPRAVIVENZA-Cap. VIII - Addio a Le Serse

Pubblicato da ugolotti ottavio giorgio su 8 Luglio 2021, 15:23pm

Un Capitolo dal libro di Ottavio Giorgio Ugolotti

MIO NONNO LA GUERRA E IL SOTTOSCRITTO:

Cap. VIII - Addio a Le Serse

 

«Almeno qui dentro non ci piove...» E fu questo il solo ed unico commento del nonno in occasione del nostro ingresso ufficiale nella baracca degli attrezzi che o Checchin aveva messo a nostra disposizione. Mamma, appena entrata, scoppiò a piangere. Certo senza urlare come faceva mio fratello, ma le scendevano dagli occhi lacrime grosse quanto i goccioloni che cadevano dai punti in cui la grondaia della baracca era bucata. Quella casa, la nostra casa, che lei aveva sempre considerato meravigliosa pur essendo, vista a posteriori, poco più confortevole d'una topaia, ormai da quattro giorni era stata cancellata dal quartiere. A quei muri, annualmente rinfrescati da una mano di calce, era affezionato il sottoscritto, figuriamoci lei che tra quelli c'era nata più di vent'anni prima di me e tanto aveva sudato per mantenerli abitabili.

Il nonno, in assoluto silenzio, aveva preso a procurarsi un po' di spazio per sistemarvi le poche cose intatte o recuperabili (tutto il nostro patrimonio) che ancora stavano accata-state di fuori, nel campo da bocce numero due, sotto un insistente e fastidiosa pioggia ottobrina.

Lavorando di buona lena, cercava di comportarsi alla mia stessa maniera: evitava il più possibile di guardar mia madre in viso. Mai lo avevo visto così esclusivamente intento al suo lavoro e così taciturno. Mi domandavo perché –lui che aveva saputo risolvere tante mie incresciose situazioni– non trovava ora il modo di essiccare la fonte di quelle lacrime. Nemmeno ci provava e me la lasciava sola, col fratellino in braccio, seduta su quella cassetta sgangherata. Da come si stava comportando, mi sembrava ritenesse più importante badare alle poche e misere cianfrusaglie che avevamo recuperato tra le macerie. Smisi perciò d'aiutarlo e andai ad inginocchiarmi accanto alla mamma. Cercai, nel suo grembo, un an-golino libero dove poggiare il capo. Forse ero stato assalito dal fisico bisogno di piangere insieme a lei. In silenzio. Non tralasciai, però, di seguire il nonno con lo sguardo. Sapevo che, fissandolo così insistentemente, mi avreb-be "sentito". Ne ero certo. Infatti, anche se il suo trafficare non gliene stava dando motivo, in quei momenti si voltò per posare i suoi occhi stanchi su quella sorta di presepe composto da una mamma con un bimbo tra le braccia, il sottoscritto e una cassetta scric-chiolante nelle vesti dell'asino e del bue. Diede subito da intendere che non aveva alcuna voglia di rappresentare San Giuseppe. Aveva tra le mani un vecchio ombrello che stava, prima di guardarci, cercando di riporlo da qualche parte. Serrando i pochi denti che tra superiori ed inferiori ancora gli combaciavano, tentò di cavare, dalla rabbia interna che aveva sino a quel momento represso, le energie necessarie per spezzarlo in due. Visto che non ci riusciva, lo scaraventò contro le assi peri-metrali della baracca e scagliò contro l'uni-verso intero la sua prima, unica, vera e voluta imprecazione che a memoria mia, e di tutto il quartiere, mai gli era uscita di bocca. Ne restammo tanto sbalorditi che mamma ed io troncammo netto quel nostro piangere. E non mi sarei meravigliato se anche il fratellino avesse bruscamente interrotto il suo insop-portabile concerto vocale. Dopo quel gesto d'ira, prese ad avanzare lentamente con l'indice puntato verso di noi. Ebbi la netta sensazione che stesse per aggredirci, seppure soltanto verbalmente. Probabilmente lesse nei nostri visi quanto ci stava sconcertando, e forse spaventando, quel suo insolito agire, perché abbassò il dito ed assunse una espressione leggermente più mite di quella iniziale. Rallentò anche il passo: stava gradualmente rinunciando alle sue intenzioni di sfogare contro noi tutta la rabbia che aveva accumulato dall'inizio della guerra, se non addirittura dalle sue remote cause originarie.

Si fermò. Ci fissò ancora per pochi secondi, poi cacciò furiosamente le mani nelle tasche dei calzoni, ci voltò le spalle, diede un calcio ad un tegamino che aveva poc'anzi posato vicino all'uscio della baracca e se ne uscì senza salutare e nemmeno dirci dove aveva intenzione di andare.

«Mamma, il nonno se n'è andato!»

«Sta' tranquillo che torna...»

«Ma perché s'è arrabbiato così tanto?»

«Perché... perché è il nonno. Ed è un nonno come non ce ne sono altri al mondo. È un nonno che dentro di sé si dispera per l'abbaraccamento al quale siamo costretti e che lui non ha potuto evitarci...»

Intanto, visto che il fratellino, stremato dal gran gridare, sembrava sul punto d'addor-mentarsi, mamma mi stava facendo cenno di parlare sottovoce.

«Ma non è mica colpa sua se ci hanno bombardato la casa...!»

«Lo so e lo sai anche tu, ma lui: no! È convinto che se a suo tempo si fosse maggiormente impegnato... Ma questi sono argomenti che tu non puoi capire...»

E, come al solito, ogni volta che il discorso diventava troppo impegnativo per l'adulto che l'aveva abbozzato, venivo sul più bello liquidato con l'odiosa frase alla quale era appena ricorsa mia madre. Soltanto il nonno s'era sempre ben guardato dallo sbarazzarsi di me usando un così mortificante espediente. Neppure quando, tartassato e stremato dalla mia petulanza, tentava di prendere respiro per non soffocare sotto gli asfissianti "perché" coi quali lo bombardavo a tappeto.

«Adesso, invece di perder tempo in tanti discorsi, sarà meglio darci da fare. E, per cominciare, direi di procurarci lo spazio dove stendere i materassi. Dobbiamo preparare al nonno una bella sorpresa: fargli vedere che anche noi siamo capaci di arrangiarci. Quindi adagiamo tuo fratello su questa coperta e tu; che sei già un ometto, puoi benissimo andare avanti nel lavoro che stava facendo il nonno... D'accordo?»

«D'accordo...»

E lo ero davvero anche se in una sorta di diario mai scritto, ma impaginato nel magaz-zino cerebrale, avevo più volte annotato che diventavo "un piccolo ometto" soltanto quando le faceva comodo trattarmi per tale. Mi misi sì a lavorare di buona lena, però non potevo fare a meno di ricordare che ancora pochi istanti prima mi aveva per l'ennesima volta consi-derato un bambino non ancora in grado di capire i discorsi dei grandi.

La casa appena perduta era stata la casa di mia madre, un pochino di mio nonno e qualche volta anche di mio padre, mentre il sottoscritto era sempre stato ritenuto –così mi pareva– un ospite, magari fisso, ma col preciso dovere di obbedire a determinate regole imposte dalla mia genitrice. Non sto alludendo a regole comportamentali, ma a quelle riguardanti la gestione della casa. Mai, tanto per fare un esempio, avrei potuto collocare i mobili secondo i miei gusti o le mie esigenze e io dovevo dormire nel letto più lontano dalla finestra. Dentro quella baracca, che era tutta do Checchin, si sentiva più padrone il sottoscritto di quanto nemmeno garbava d'esserlo agli adulti della mia famiglia.

Era vero che in quell'adesso lavoravo per renderla abitabile, ma anche per allestire uno spazio che non sarebbe stato mio per gentile concessione dei grandi, bensì mio perché frutto del mio lavoro, perché me lo stavo costruendo e a modo mio. Quindi ancor più mio dei soldatini di piombo andati perduti, poiché quelli mi erano stati regalati da un grande.

Mentre alla mamma rimpiccioliva il cuore per il dovere adattarsi a vivere in una baracca, io là dentro mi sentivo una sorta di sopravvissuto in-caricato di ricostruire il mondo a misura d'uomo o, per maggior precisione, più adeguato alle esigenze dei piccoli ometti da mezzo biglietto al cinema.

«Qui, mamma, faremo la nostra camera...»

«Va bene...»

«Qui, invece, quella del nonno... È vicina alla porta così può uscire quando vuole senza dar fastidio a qualcuno...»

«Sì, caro...»

«Laggiù in fondo faremo la sala da pranzo e qui, accanto alla finestra, potremo costruirci con qualche mattone raccattato in giro, due o tre fornelli per cucinare... Cosa ne dici?»

«Ottima idea...»

«Sì, penso che qui vada proprio bene; così il fumo dei fornelli potrà uscire dalla finestra senza riempire tutta la baracca... Vero?»

«Sta’ tranquillo che il fumo qui dentro non ci resterebbe neppure se ti riuscisse d'imbotti-gliarlo!»

E mi fece notare, inventandosi un sorriso, certe fessure tra le assi perimetrali che avrebbero lasciato passare una gatta incinta. Notai pure, e questo tutto da solo, che dette fessure non avrebbero soltanto garantito l'eventuale fuoriuscita dell’ossido di carbonio, ma anche un agevole e sicuro ingresso alla tramontana.

Quando il nonno tornò, s'era già fatto buio. Aveva gli occhi rossi e cerchiati come quelli della mamma, però non erano altrettanto spenti. Anzi: brillavano addirittura. Erano del tutto simili a quelli che si portava a casa ogniqualvolta aveva trascorso un pomeriggio in canonica a discutere di politica col parroco...

«Tutti a tavola, signori!»

E mostrò subito quanto aveva portato: legna da ardere, una bottiglia di latte, una d’olio e una di vino, la cui etichetta, scritta a mano, mi ricordò subito un amico del nonno vestito da prete. Poi trasse, da quella sporta rigonfia un sacco di altre cose, tra cui un pacchettino rettangolare che appena notai, attratto come ero dalla paradisiaca visione d’una bianca pagnotta. Troneggiava, in primissimo piano, delicatamente posata sulle sue candide mani.

Sì, era pane bianco. Sì, era pane vero.

Era stato un “tutti a tavola!” per modo di dire, perché l’unico mobile rimastoci, per una di quelle stranezze che a volte avvengono nei crolli di edifici abitati, era la credenza della sala bella. Malgrado lo sfacelo generale e seppur proveniente dall’ultimo piano, neppure un vetro delle sue antine aveva subito la benché minima venatura. Mancava soltanto quello che avevo rotto l’anno precedente, quindi, nei confronti di quella credenza miracolata, era stato più disastrante il sottoscritto che le fortezze volanti americane.

Non c’era tovaglia, ma trovammo un giornale, apparentemente pulito e lo stendemmo sopra alla cassa più grande che stava là dentro; ponendo tre cassette più piccole ai lati di questa, combinammo un qualcosa di somigliante ad una tavola imbandita con tanto di sedie, commensali e persino una candela al centro fissata dentro al casseruolino che il nonno aveva da sempre usato per scaldarsi l’acqua della barba. Il fratellino dormiva e nessuno di noi tre, in quei momenti, aveva più voglia di piangere. Anzi, ci stavamo divertendo ed io vivevo addirittura momenti di felicissima libertà, infatti mi lasciavano bere il latte direttamente dalla bottiglia e nessuno biasimava il mio “incivile” modo di stare a tavola.

Mamma, che solitamente si mostrava astiosa se il nonno arrivava a casa brillo, stava adesso ridendo ad ogni sua battuta.

Buono davvero questo pane! Dove l’avete rimediato?”

Con le palanche si trova di tutto, figlia mia, anche di questi tempi”

Questo lo sapevo anch’io, ma son proprio i soldi che non riesco a capire quale miracolo ve li abbia procurati o in che maniera li abbiate inventati”.

Nessuna invenzione e tantomeno miracoli: li ho soltanto prelevati da una tasca…”

Da una tasca?! Scusate se mi sta entrando in testa un dubbio un po’ antipatico, ma…quella tasca coi soldi dentro di chi era?”

La nostra!”

Impossibile! Avevamo giusto fatto i conti l’altra sera e non erano certo sufficienti per comprare tutto questo ben di Dio in una botta sola!”

Verissimo!…ma è appunto rivedendo quei conti che li ho rimediati: avevamo calcolato una spesa in più…”

E quale?! “

L’affitto! Come vedi, non tutto il male vien per nuocere ed oggi ne abbiamo avuto una lampante dimostrazione. Quando si ha la possibilità di non pagare la pigione, la tavola si arricchisce, le vacche dànno più latte, il pane diventa bianco, i preti regalano vino buono, la pancia si riempie e vien persino la voglia di mettersi a cantare…”

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