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30 giugno 1960 a Genova

Pubblicato da ugolotti ottavio giorgio su 30 Giugno 2017, 05:38am

Tags: #ARTICOLI VARI, #pensieri sparsi

 30 giugno 1960 a Genova

di ugiot

Per tutto l'arco degli anni '50, le milizie agli ordini di Scelba rastrellano le case dei 30.000 sospetti genovesi. Recuperano armi –la maggior parte di queste aprendo gli stipetti all'interno degli stabilimenti– ed effettuano un migliaio di arresti. Le condanne, definite esemplari si fan sempre più dure, mentre per Basile, il prefetto nazista riprocessato a Perugia, viene confermata la scandalosa sentenza napoletana. Quasi per farsi perdonare il persistente fascismo all'interno della Magistratura, quattro mesi dopo vien concesso a Genova il con-tentino della medaglia d'oro per meriti acquisiti durante la guerra partigiana (ottobre 1950).

I sovversivi vengon tutti disarmati. Ma sotto le ceneri, anche se la città diviene DC (Pertusio sindaco), continua a covare la sete di rivincita dei neo fascisti e della celere. Quest'ultima torna alla carica assalendo, nel '54, i 20.000 metalmeccanici scesi in corteo durante uno sciopero di categoria. Questa volta la battaglia dura soltanto un intero pomeriggio e si svolge a sassate e qualche bottiglia molotov, contro lacrimogeni e manganelli. Finisco-no in carcere, dopo essere passati per il Pronto Soccorso, venti operai. L'anno successivo, durante uno sciopero dei portuali, si ripete la stessa cosa. Mentre il corpo antisommosse si mantiene costantemente allenato, i neofascisti, infiltrandosi nelle varie formazioni politiche, preparano il loro piano di rivincita. Con azione strisciante, ma in netta ascesa, arrivano persino nella stanza dei bottoni. Infatti il governo monocolore DC, guidato dal ministro Tambroni –siamo ormai entrati nel fatidico 1960– può imporre le proprie leggi, grazie al solo appoggio dei voti missini. Questa autentica offesa all'intera lotta di Resistenza provoca, anche e soprattutto all'interno della DC, una generale atmosfera di dissenso che spinge parecchi elementi del partito verso una ricerca di collegamenti con le sinistre, onde, se non costituire un nuovo fronte popolare allargato anche ai cattolici, una comune presa di posizione contro il neo-fascismo, praticamente risalito al potere. E troviamo in questa fase gli embrioni del centro-sinistra, che già era ampiamente maturato tra le basi del movimento sindacale, adesso riunificato in confederazione e in seno alle stesse ACLI. I neofascisti, però, forti della posizione acquisita, per dimostrare quanto adesso possano, decidono di effettuare il congresso del proprio partito nella città dell'Alta Italia che, per prima e coi soli propri mezzi, aveva quindici anni addietro sconfitto le forze che difendevano i valori predicati dalla repubblica di Salò, apparentemente diversi, ma sostanzialmente uguali a quelli imperanti durante il ventennio del regime alle dirette dipendenze della monarchia sabauda e dell'alta borghesia. Come se ciò non fosse sufficientemente provocatorio, rende noto sull'organo del proprio partito Il Secolo d'Italia del 25 giugno, che presidente onorario del congresso, da tenersi al Teatro Margherita, sito proprio di fronte alla lapide che ricorda fasti e nefasti del 25 aprile '45, sarà addirittura Carlo Emanuele Basile.

A questa notizia intervengono presso le alte sfere gli stessi organi della polizia genovese, affermando che, se la cosa dovesse avverarsi, nessuno potrebbe garantire il mantenimento dell'ordine pubblico in città. Ma da Roma lo si impone. È la prova di forza, il braccio di ferro definitivo.

Il 30 giugno, l'intera classe politica dell'arco costituzionale, praticamente riesuma il CLN genovese ormai mummificato e scende in piazza per una manifestazione unitaria, con Pertini alla testa d'un corteo composto da oltre 30.000 persone. Alla fine del comizio, tenuto in piazza Vittoria, la celere, sino a quel momento mantenuta prudentemente lontana dai manifestanti, interviene per ordinare il: E adesso tutti a casa, perché, intanto, il congresso si farà ugualmente e noi siam qui per garantirlo.

Non ci dilungheremo nella descrizione di quanto avvenne dopo una simile provocazione scientemente pianificata. È sufficiente citare un solo dato per dar l'idea di quanto fosse imponente lo schieramento del servizio d'ordine e l'esatto quadro di ciò che accadde intorno alla vasca di De Ferrari: i celerini feriti, più o meno gravemente da sassate o dai ganci dei camalli, superarono il centinaio. Per fortuna dell'Italia intera, quest'ultima rivolta genovese, non rimase circoscritta intramoenia, ma divenne l'elemento trainante che, oltre alle città definite rosse (Reggio Emilia ad esempio), esortò persino Roma, Palermo e Catania a riprendere la lotta contro il fascismo dilagante, sfaccia-tamente riproposto al Paese dalla reazione padronale. Il governo Tambroni, veramente a furor di popolo, fu costretto alle dimissioni e qui ci permettiamo di affermare, magari per eccessivo campanilismo, che ciò che avvenne a Genova fu profondamente incisivo nella storia del nostro Paese, ma trascuratissimo dalla storiografia ufficiale, anche se l'Italia postfascista ricominciò così ad esser meno fascista di quanto allora, ai vertici, era ancora stata.

Scusatemi il vanto che me ne faccio, ma in Piazza De Ferrari, il 30 giugno del 1960, c'ero anch'io...

30 giugno 1960 a Genova
30 giugno 1960 a Genova
30 giugno 1960 a Genova
30 giugno 1960 a Genova
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